Emanuela Pischedda, tra scenografie e fiber art

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Scenografa, costumista e artista, dopo una laurea in architettura, la genovese Emanuela Pischedda, è partita per Londra. Erano gli anni ’90 e lei era una ragazza decisa a studiare in una scuola specialistica di scenografia, una delle migliori: la Motley Theatre Design School.
Una volta rientrata in Italia ha vissuto per 10 anni a Milano lavorando per la televisione e la pubblicità, per poi tornare a Genova al Teatro della Tosse, accanto al grande Lele Luzzati. Ma, il teatro è solo la punta dell’iceberg, perché Emanuela è un vulcano inesauribile di creatività e colore e ha al suo attivo anche dipinti, fumetti, design e fiber art.

Da bambina cosa sognavi che avresti fatto da grande?
Volevo fare la ballerina, poi l’arredatrice. A 16 anni ho visto Lindsay Kemp e lì ho avuto subito le idee chiare. Ho lavorato con Luzzati come assistente, ma a un certo punto ho sentito la necessità di una scuola, perché ero una realizzatrice e dovevo avere la piena padronanza di tutti gli strumenti e le tecniche.

Raccontaci la tua esperienza di studio a Londra
Ho studiato alla Motley Theatre Design School, una scuola fondata negli anni ’60 da costumiste che durante la guerra erano scappate negli Stati Uniti. Purtroppo oggi non esiste più.

Com’era lavorare con Luzzati?
È stato un grande maestro dal punto di vista visivo e visionario. Era molto forte, più di quanto sembrasse. Era una persona molto gentile, accondiscendente, capace di entusiasmo, positivo.

emanuela_pischedda2Hai girato il mondo, ma alla fine hai scelto di tornare a vivere vicino a Genova. Perchè?
Ho vissuto 10 anni a Milano, ho abitato a Londra e sono stata in giro per Italia, Francia, Spagna e ho lavorato sul set di diversi film, tra cui “Tutti giù per terra”, “Guardami” e “La fine della notte” di Davide Ferrario e “Come si fa un martini” di Kiko Stella.
Nel 2003 è nata Viola e io ho lavorato per la mia prima opera lirica a Lione.
Sono diventata stanziale per motivi di famiglia: oggi vivo a Sori.
Ho aperto “Colori in scena”, che è un’associazione culturale con la quale ho curato mostre ed eventi come “Adotta un’artista”, in zona Maddalena, in collaborazione con la Gai e il Comune di Genova, e come “Intrecci urbani” , al quale hanno preso parte migliaia di persone (di tutte le età, di entrambi i sessi e di tutti i tipi!)

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Come ha reagito Genova a una cosa creativa e nuova come lo Yarn Bombing? 
Ha risposto bene, perché non era un’operazione di facciata, un’iniziativa calata dall’alto. Era, al contrario, un fatto molto concreto, un momento di forte aggregazione che metteva insieme l’uso di tecniche antiche e un forte scambio intergenerazionale.

Com’è il tuo rapporto con Genova?
La adoro. Ogni volta che ho potuto, anche quando lavoravo in altre città, sono tornata a casa alla sera.
Ho usato Milano, ma amato sempre Genova, la mia città.

Cosa diresti a una ragazza che vuole fare la scenografa oggi?
Di rimboccarsi le maniche, di fare tanta gavetta, ma di non scoraggiarsi mai. Per cominciare a lavorare si deve andare via da Genova, ma poi si può tornare.
Ma le direi soprattutto un’altra cosa: di amarsi e di farsi rispettare, di avere dignità di donna e pretendere sempre rispetto. Questo dico a mia figlia e questo direi a ogni ragazza.
Riguardo alle molestie sul lavoro non è giustificabile chi approfitta del potere.
È capitato a tutte di riceve proposte inopportune, bisogna saper dire di no e scegliere la dignità.

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