Fotografando verso Sud

Sud: un luogo dello spirito più che un luogo geografico preciso. Sud è mediterraneo, Sud è Africa. Sud è India, forse. Ma Sud è specialmente Sudamerica.

Per questo Simona Pucci, catanese di 35 anni  che da tempo ha scelto di vivere a Genova, insegnante di inglese nella scuola primaria, ha intitolato “Sud” la mostra fotografica che documenta il suo viaggio di oltre due mesi in Sudamerica, dall’Argentina alla Colombia attraverso Cile e Perù, dalle profondità delle foreste alle vette andine, dalla costa atlantica a quella pacifica, dalla multiforme e policentrica Buenos Aires all’intrico di uomini e vie di Bogotà.

Uno zaino, una macchina fotografica, tanto entusiasmo e spirito di adattamento. Priorità: vedere, conoscere, incontrare. E fotografare. Per documentare, per raccontare, perché «le cose che ho visto non muoiano», mi dice mentre sorseggia una tisana al tavolo del Jalapeño, in via della Maddalena. Appese alle pareti e su fili che attraversano il locale trenta delle sue foto di viaggio (visibili ancora fino al 31 marzo), scelte insieme al suo maestro Alberto Terrile. Non è stata una cernita facile: ottomila scatti, un caleidoscopio di paesaggi, ritratti, scene di quotidianità urbana e da campesinos. I colori inconfondibili del Sudamerica e uno sguardo indagatore e appassionato che gocciola vita da ogni immagine, come se uno spiritello indio avesse trasmesso al sensore della Nikon il suo movimento gioioso e irrequieto.

fotografia di proprietà di Simona Pucci

Cos’è il viaggio per te, Simona?
«Il viaggio nasce con te: la vita è viaggio! Per me è un modo di esplorare me stessa. Mi metto alla prova, prendo coscienza delle mie debolezze e dei miei punti di forza. Conosco persone che vivono diversamente da me, ma scopro anche altri modi di essere me.»

Genova?
«È una città che rispecchia l’animo di un viaggiatore. Dopo tante partenze e ritorni, dopo qualche tentativo di fuga da questa città che mi ha accolto quando avevo 18 anni ho capito proprio l’estate scorsa, in occasione dell’avventura in Sudamerica, che voglio vivere qui, Genova è un posto perfetto in cui tornare alla fine di ogni viaggio.»

fotografia di proprietà di Simona PucciL’impressione, l’immagine più potente che ti è rimasta dentro?
«La foresta amazzonica. Prima di arrivare a Bogotà l’ho attraversata per venti giorni. Mi sono lavata e anche abbeverata nell’acqua argillosa del Rio Napo. Prima ancora ho puntato verso Iquitos, nel nord del Perù, la capitale della Regione di Loreto, curiosa di vedere come poteva essere una città al centro dell’Amazzonia peruviana. Pensavo di trovare un contesto urbano meno globailizzato di altri e invece Iquitos è più avanzata di altre grandi città del Perù. Nel mercato per esempio trovi anche uomini, e anche gay, cosa che non è concepibile ad esempio a Cuzco, dove al mercato trovi solo donne. Molto più isolata è Leticia, la città dei tre confini (in Colombia ma in prossimità dei confini con Perù e Brasile): lì la modernità non ha ancora preso molto campo. Il sapore dei frutti tropicali che ho assaggiato lì non me lo scorderò mai. Così come, fuori dalla città, ho “assaggiato” la foresta. Ma non mi sono addentrata nei villaggi, sarebbe stata necessaria una guida e volevo, nei limiti del possibile, viaggiare da sola o con altri viaggiatori come me.»

fotografia di proprietà di Simona PucciHai percepito pericolo in alcune situazioni?
«Quasi mai. Non più che in Italia. Bisogna naturalmente stare attenti e capire di quali persone ci si può fidare. C’è molto maschilismo: in Perù in particolare gli uomini possono anche essere insistenti e appiccicosi, ma sono sempre rispettosi, basta essere chiari. A Iquitos ho avuto un po’ di paura. Mi hanno rubato 100 soles (circa 33 euro) con un inganno: la somma per me non era un grande problema anche se significava una settimana di soggiorno lì. Ma è stata un’esperienza spiacevole perché in quel momento mi sono trovata senza contanti e mi sono sentita indifesa e tradita. L’episodio mi è servito per “svegliarmi” dall’incanto in cui stavo viaggiando. Quando si viaggia, soprattutto da soli, bisogna stare sempre lucidi.
Ma a parte questo e pochi altri episodi, ho trovato ottima ospitalità e accoglienza un po’ ovunque.»

A parte le differenze tra i paesi, quale è a tuo parere il tratto comune più evidente che hai trovato nella gente che hai incontrato?
«C’è un grande rispetto per la natura, per la madre terra, la “Pachamama”. Già in Argentina, quando ho lasciato Buenos Aires dirigendomi verso nord est, sono entrata in contatto con questa peculiarità spirituale del Sudamerica. A Cafayate, nella provincia di Salta, ho parlato con un indio che mi ha raccontato come celebrano la Pachamama. Tutti preparano qualcosa con le loro mani: un modo per riconoscere di essere generati dalla terra, e per restituire alla terra in creatività qualcosa della sua energia creatrice. Riti fatti di canzoni, balli, preghiere: ma la cerimonia è molto intima, difficile che uno straniero sia ammesso, io ho visto solo la preparazione.
In Perù la stessa spiritualità ha caratteristiche diverse, l’accento è sullo spirito e sull’energia che si stabilisce tra le persone. Il ritmo è un po’ più lento di quello al quale siamo abituati. Si dedica molto tempo alle persone, si condivide tutto quello che si può.»

Per te è stato un cambiamento? Vivendo per due mesi a contatto con questi ritmi diversi cosa è successo dentro di te?
«Almeno una cosa: mi capitava di veder realizzati facilmente i miei desideri in breve tempo. Davvero, mi capitava di desiderare qualcosa e di averla dopo poche ore o pochi giorni, senza aver fatto nulla.»

Serendipità?
«Sì!»

fotografia di proprietà di Simona PucciQuali sono i tre paesaggi che ti sono rimasti nel cuore?
«La notte stellata nel deserto montagnoso di Tilcara, nel nord dell’Argentina al confine con la Bolivia, provincia di Jujuy. Quella montagna di notte sembra un castello, di un biancore lunare, mitologico.
La montagna dei 14 colori a  Humahuaca.
La Quebrada de las conchas, una riserva naturale bellissima che ho percorso a piedi, al tramonto.»

Cosa hai pensato quando hai ripreso l’aereo per tornare in Italia?
«Non avrei mai immaginato di vedere tanta bellezza. E ho pensato che dovevo raccontare, subito, che dovevo condividere con gli altri quello che avevo visto. Questa mostra l’ho fatta a dicembre a Catania, e ora qui: l’ho pensata in primo luogo per gli amici nelle due città della mia vita, ma l’hanno vista in tanti. Un po’ come continuare a viaggiare e incontrare.»

Andrea Mego

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