Io, Dino. Io Paolo. Musica di un cantautore genovese

Paolo Gerbella
Paolo Gerbella, l’autore del disco Io Dino,  ha scelto il tempo al denaro, non ama l’inglese e sogna di ritornare in radio come da ragazzo.

«La musica a Genova naviga a vista: l’osso è piccolo e in molti se lo contendono». A Pavia andrà in scena a maggio lo spettacolo ispirato al lavoro del cantautore genovese.

Pioviggina. Non è sera ma è quasi buio in questa Genova un po’ umida e dalle luci malinconiche. Socchiudo gli occhi per escludere dalle mie percezioni pioggia e vento, mentre trattengo il calore delle illuminazioni e delle insegne stringendomi tra le spalle. L’appuntamento è fissato per le 12 in Sottoripa. Tra mille facce scorgo quella di Paolo Gerbella: è puntualissimo, non me lo aspettavo. Di solito gli artisti si perdono in mille imprevisti, pensieri e pose. Paolo no: è un tipo preciso. Il disco: Io Dino, mi ha colpito: così inequivocabile, intimo, struggente. Ci salutiamo cordialmente; l’ultima volta che ci siamo visti abbiamo mangiato un minestrone per scaldarci e abbiamo parlato di un paio di progetti.Ho di nuovo freddo, il tempo non aiuta. Scopro con piacere che il mio musicista ha già fatto provviste. «Scorte per affrontare la nostra intervista?», chiedo. «Frisceu e panissa da consumare all’osteria di Vico Cicala, conosci?». «No, mai sentita», rispondo. Divertita gli porgo il braccio e ci dirigiamo, appunto, in vico Cicala. Tutte le pozzanghere sono le mie. Paolo le scansa. «In realtà la mia osteria è quella del Tempo sospeso, quella dove trovano spazio i miei pensieri. È il mio blog da un po’ di tempo, lo hai letto? – spiega sorridendo il mio artista – Questa di Vico Cicala è un’osteria che esiste da più di 100 anni, arredi inclusi. Vedrai, ti piacerà». Entriamo, ci sediamo. Lui saluta, io sorrido all’oste Luciano. Mi guardo intorno, l’atmosfera è familiare anche se non ci sono mai stata. Forse ho riconosciuto l’ambiente dalle foto che ho sbirciato sul profilo Facebook di Paolo. Ordiniamo del vino, lui si accomoda e tira fuori il caldo bottino acquistato in Sottoripa. Io tiro fuori il mio quaderno degli appunti e sono pronta a sparare la prima domanda. Sono davanti a un intrigante cantautore genovese che secondo me non ci sta alle svolazzate previste dalle mie interviste.Vedremo di aggiustare il tiro, ma non troppo o la collega Soledad potrebbe sgridarmi. Vado.

È troppo scontato chiederti: chi è Paolo Gerbella?
«Per iniziare va benissimo – intona – Sono un quasi cinquantaquattrenne che per oltre trent’anni ha fatto, e in parte ancora faccio, il dipendente per aziende private in ruoli commerciali, talvolta persino importanti e strategici. Poi nel 2011, nonostante i ricchi ingaggi, mi sono stancato, ho mollato tutto e ho scelto il tempo al denaro.»

Questo passaggio ti ha giovato?
«Certo, ho dedicato tempo alla scrittura, alla musica, mi sono dedicato ai formaggi d’alpeggio, ho fatto il lavapiatti in un ristorante, ho gestito un B&B.»

Ho ascoltato con piacere il tuo disco : “Io, Dino”. Quando e come nasce?
«Da un consiglio di lettura di un amico che mi suggerì, ormai tre anni fa: “La notte della cometa” di Sebastiano Vassalli. Di fatto è la biografia di Dino Campana. Da questa traccia è partita la scrittura delle mie canzoni. Ho tenuto una breve corrispondenza con Vassalli di cui serbo un riconoscente e ammirato ricordo.»

Quali sono le tue influenze musicali e letterarie legate al territorio?
«Mia madre mi addormentava cantando De André. In realtà nasco, musicalmente, a “pane e Guccini”. Il mio primo disco acquistato nel ’74 è “Via Paolo Fabbri 43”. Poi tutti gli italiani,  in  ordine sparso: De André, Bertoli, Jannacci, Fossati, Lolli, Gaber, il primo Bennato, Bindi, Conte, Gianmaria Testa. Per ragioni ideologiche, o seghe mentali se vogliamo, ho sempre “odiato” la lingua inglese.  Per questo non ho mai ascoltavo nulla in inglese ma ammetto che qualcosa mi sono perso.»

Davvero?
«Ma sto recuperando!  Però la lingua inglese non la sopporto davvero!»

Passiamo alla letteratura.
«Maggiani mi piace molto e ovviamente, Vassalli. Leggo tanto e sono onnivoro.»

 Dove vai ad ascoltare musica?
«Nel ’79/80  ho fatto il conduttore in una delle ultime radio libere, Radio Music, a Genova. Ascolto musica alla radio anche se è difficile ascoltarne di buona. Radio tre però mi piace. Approfitto per un appello: muoio dalla voglia di rifare radio! Anche dalle 2 alle 4 del mattino. Qualcuno m’aiuta? Live ne vedo pochi: son pigro e un po’ taccagno. Quindi ultimamente amo ascoltare autori e interpreti che sto conoscendo anche di persona e dai quali c’è da imparare moltissimo: anche solo nei sound check. Penso a Roberta Alloisio, Vittorio De Scalzi e molti musicisti. A Genova ce ne sono  tanti e bravi. Prediligo autori e musicisti, che, nell’ordine, sono persone, mettono cuore in ciò che fanno e hanno tecnica. Alcuni di loro a volte suonano con me. Sono un privilegiato e fortunato scribacchino

Come immagini il futuro musicale della tua città?
«Domanda “pericolosa” che non può escludere Genova come fulcro di tutte le incongruenze in ogni settore socio-economico. Il futuro musicale naviga a vista. Per dirla in una battuta: c’è un osso piccolo e tanti se lo contendono. Personalmente,  provo ad andar via per proporre le mie cose: mi ha appena acquistato lo spettacolo su “Io, Dino”  l’Università di Pavia. Il concerto si terrà a Pavia a Maggio. Mi sono di recente iscritto a un’associazione promossa da amici quali Fabio Vernizzi e Aldo De Scalzi, grandi musicisti, che si chiama “M.I.G” ( musicisti indipendenti di Genova).Condivido la loro idea statutaria di fare dell’associazione soprattutto un punto di confronto con soggetti privati e istituzionali per poter realizzare un percorso fatto di scambi culturali e musicali e non un grande ufficio booking per trovare concerti su piazza a spese pubbliche.»

Paolo durante un concerto

Sul territorio mancano gli spazi dove gli artisti possono incontrarsi e contaminarsi?
«Gli spazi ci potrebbero essere.  Penso al mercato di corso Sardegna, l’auditorium del Carlo Felice, le colline sopra la città, i forti, le ville pubbliche abbandonate. È solo la buona volontà di far “sistema” che manca. Volontà relegata  al ” fai, poi vediamo” o “quanta gente mi porti?”. I migliori incontri sono quelli per un caffè, tra pochi con la mente aperta.»

A parte la musica di Paolo Gerbella, cosa consigli di ascoltare ai nostri lettori?
«Quella sincera, indipendentemente dai generi (ma esistono davvero i generi, parlando di “musica”?). Manca la cultura all’ascolto, alla fruizione tranquilla e ripetuta di un qualsiasi gesto artistico. Il principio delle major è il “consumo” e questo, evidentemente, fa a pugni con ascolto e lenta fruizione. Ci sono ottimi autori e interpreti in giro che si dannano per farsi notare. Ecco, direi, di questi acquistate i CD, rischiate, prendetevi il tempo dell’ascolto e poi valutate in base alle vostre emozioni. È il miglior modo per aiutarli.»

Ti piacerebbe rinascere donna? Che tipo di donna saresti?
«Non saprei. Maschio, femmina? Che cambia, morfologia a parte? Mi smarco dai generi e spero di riuscire a essere una buona persona, con tette o meno.»

E dai, non fare quello politicamente corretto…
«Si critica il buonismo e spesso s’indossano maschere da cattivi e maledetti, maschi e femmine indistintamente, per fare effetto o essere trendy:  questi li tollero poco, pochissimo. Ammiro chi si mette in gioco, chi rischia il suo profondo, chi riesce e prova tutti i giorni a essere veramente libero: maschio o femmina. Poco importa.»

Scegli una foto, il tuo ritratto preferito.
«Scelgo quella sulla mia pagina “autore” su Facebook. Rido mentre fumo un sigaro. È una risata rara per me. Ce l’ho quando sono in pace con me stesso, cioè raramente! E la leggera nube di fumo che sale sembra un metaforico tubo di scarico, una ciminiera, di qualcosa in movimento.»

Hai un angolo di pace nascosto in città? Svelacelo.
«Al Porto Antico, laggiù in fondo ai magazzini del cotone. Ci sono alcune panchine che danno sull’acqua del porto; a sinistra le portacontainers, a destra traghetti e navi da crociera. In mezzo la Lanterna. Lì spesso mi rifugio di mattina presto e lì ho scritto parecchie canzoni.»

Quale segno ti ha assegnato lo zodiaco? Ti faccio fare l’oroscopo dalla nostra Soledad Costello…
«Sono nato il 31 agosto 1962, vergine. Sono nato alle 9,30 del mattino: tormentato ascendente inquieto.»

Mi sa che l’oroscopo di Soledad non ti piacerà molto. A febbraio tratta malissimo il segno della Vergine.

di Giada Campus

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